La truffa dei cibi Made in Italy

 

La truffa dei cibi Made in Italy

Posted: 13 Apr 2012 03:37 AM PDT

[Stuttgarter Zeitung]

Il governo italiano ha venduto la sua quota di partecipazione ad un colosso lattiero-caseario rumeno. Una notizia che non sembra proprio esaltante, dietro alla quale però si nasconde un affare da un miliardo di dollari e una truffa al consumatore a livello internazionale, che quotidianamente miete vittime anche tra i clienti dei supermercati tedeschi. Infatti Lactitalia – così si chiama la società che si trova a Timisoara – produce latticini utilizzando nomi di origine italiana come “Dolce Vita”, “Toscanella” o “Pecorino”. Di fatto questi prodotti non hanno assolutamente niente a che fare con l’Italia: il latte viene dalla Romania e dall’Ungheria. Il caseificio, denuncia con veemenza la associazione di contadini italiana Coldiretti, sfrutta illegalmente i colori della bandiera italiana. Lo Stato italiano, a cui apparteneva tramite la Banca Export Simest il dodici per cento di azioni di Lactitalia, è complice in questa falsità. Anche perché lavorare in Romania ormai può essere più conveniente che in Italia si tratta quindi di concorrenza sleale a danno dei produttori nazionali.

I contadini italiani hanno potuto almeno per una volta intervenire contro Lactitalia, dato che sono impotenti contro il resto della molto più redditizia truffa internazionale delle etichette. I nomi italiani sono più attraenti perché sono di moda, per lo stile di vita, per le vacanze e forse la sana “dieta mediterranea”, i produttori di generi alimentari vendono i loro prodotti in tutto il mondo sempre più sotto nomi italiani. Per farli sembrare più convincenti, stampano molte delle loro confezioni con parole italiane e nomi più o meno fantasiosi (“Condimento Aceto Balsamico”), mantenendo il tricolore della bandiera nazionale, ed ecco che nessuno si accorge che, il formaggio affettato Monteverdi arriva dai dintorni di Monaco di Baviera ed il cliente del discount acquista la mozzarella Lovilio che non arriva da uno sperduto paesino del sud, ma dalla Foresta Bavarese accanto.

Le associazioni italiane dei contadini sono in subbuglio

Le associazioni degli agricoltori italiani sono in subbuglio non solo contro i falsari internazionali, ma anche contro gli “agro-pirati” nelle proprie industrie agroalimentari e contro una legge europea che fa passare per legale qualsiasi tipo di camuffamento. Si prenda per esempio la vicenda della passata di pomodoro. Si tratta di una delle insostituibili materie prime della cucina italiana – però l’ingrediente base oggi matura in gran parte sotto il sole cinese. A seguito del’ultimo allarme che ha attraversato il paese, l’associazione industriale dei produttori si è affrettata ad assicurare che i prodotti cinesi non sono assolutamente commercializzati in Italia, ma vengono esportati in altri paesi.

“In Asia e in Africa”, ha aggiunto il portavoce dell’organizzazione – ma ha anche detto che la Germania è considerata al sicuro, paese in cui in fondo, c’è il più alto numero di acquirenti di prodotti italiani. 153’358 tonnellate di conserva di pomodori importate dall’Italia nel 2010, di cui 121’000 tonnellate provenienti dalla Cina, tre quarti dei quali sono state ulteriormente destinate fin dall’inizio all’esportazione. E’ sufficiente in questi casi – secondo la legislazione dell’Unione Europea – solo “un ultimo passo sostanziale nella trasformazione”, e il prodotto può essere messo in vendita come italiano: riempire un container di lattine di prodotti alimentari basta per essere a posto con la legge.

Quanto all’olio d’oliva la situazione è simile. Quattro bottiglie su cinque non contengono l’”italiano” extra vergine, l’etichetta e il nome di fantasia lo promettono ma di fatto si tratta di un miscuglio di oli provenienti da tutto il mondo, in particolare dalla Spagna e Tunisia. Lo ha scoperto la associazione Coldiretti, che, anche se obbligatorio dal 2009, è possibile rintracciare le indicazioni geografiche di provenienza sulle bottiglie semmai “solo con il microscopio” .

L’Italia, il più grande esportatore mondiale di olio di oliva, non produce sul suo territorio nemmeno la quantità che consuma. La produzione è stata nel 2011 di 483’000 tonnellate; nello stesso anno il paese ha esportato 364’000 tonnellate. In Tunisia, dicono gli esperti, si può produrre un chilo di olio per 10 centesimi, in Italia, il costo si aggira tra i quattro e i cinque euro. Ecco spiegato perchè la maggior parte dei produttori spagnoli hanno acquistato diversi marchi italiani di fama. Perché l’olio d’oliva, venduto sotto il nome spagnolo ai clienti finali, permette di offrire prezzi molto più bassi di quello “italiano”.

La vittoria nel caso Lactitalia è solo un successo momentaneo

Nella sua relazione sull’ “agro mafia”, l’istituto di ricerca Eurispes parla di un paradosso: da un lato, l’Italia ha registrato in Europa molti marchi di qualità a “denominazione di origine protetta” e ad “indicazione geografica protetta”, più di ogni altro paese – tre volte quanto la Germani – e dall’altro, la stessa Italia si dà molto da fare nell’occultare la vera provenienza dei prodotti di largo consumo. Secondo l’Eurispes tre su quattro cosce di maiale, che poi vengono vendute come il prelibato “prosciutto crudo, made in Italy”, provengono dall’estero, il 91 per cento delle quali dal Cile, a Modena roccaforte del prosciutto questa settimana, sono state confiscate 90’000 cosce di maiale per mancanza di certificazione e danni alla salute.

La pasta “italiana” è prodotta in gran parte con grano duro proveniente dall’America (dal Canada, Messico, USA) e persino nelle mozzarelle prodotte in Italia, i due terzi del latte (68 per cento) provengono da Francia, Germania o Austria, senza che i clienti lo sappiano. Ma perché preoccuparsi? L’industria alimentare italiana è in crescita con buoni profitti, mentre il resto del paese è caduto in recessione. Le uniche persone del settore che stanno soffrendo sono gli agricoltori che non riescono a resistere a questo tipo di concorrenza.

La vittoria nella vicenda Lactitalia è solo un successo momentaneo, il che significa che di fatto non ha nessun significato. Alla fine: la Lactitalia rumena, che colpisce al fianco la produzione italiana con la sua concorrenza sleale – resta comunque italiana.

[Articolo originale "Der Schwindel mit italienischer Nahrung" di Paul Kreiner]

 

Traduzione di:
Claudia Marruccelli Claudia Marruccelli
Laureata in lingue, dopo anni di insegnamento, si è scoperta traduttrice grazie alla collaborazione con IDE. Seleziona e traduce dal tedesco e dal francese articoli di stampa e approfondimenti culturali, notizie e curiosità, e che pubblica sul suo blog ClaTi


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Renato Dulbecco

 

Renato Dulbecco (1914-2012)

Posted: 02 Apr 2012 09:58 PM PDT

Nature

Alcuni virus possono integrare il loro genoma nel DNA delle cellule ospiti, inducendo così una crescita cellulare incontrollata – caratteristica tipica delle cellule tumorali. Per questi primi indizi sulle origini genetiche del cancro, Dulbecco ha ricevuto il premio Nobel insieme al defunto Howard Temin, suo ex studente, e a David Baltimore, il suo ex mentore.

Renato Dulbecco, un gigante della biologia oncologica, è spirato serenamente il 19 febbrario, 3 giorni prima di compiere 98 anni. Con una serie decennale di esperimenti iniziati alla fine degli anni ‘50 – prima al California Institute of Technology (Caltech) a Pasadena e poi al Salk Institute a La Jolla in California – ha dimostrato, insieme ai suoi collaboratori, che il comportamento delle cellule tumorali può essere dovuto direttamente a geni acquisiti.

Nato a Catanzaro il 22 febbraio 1914, Dulbecco è cresciuto con la madre e i fratelli durante la prima guerra mondiale e i suoi postumi. Iniziò a frequentare l’Università di Torino nel 1930 all’età di 16 anni, per studiare medicina. I suoi interessi si spostarono rapidamente verso la biologia e diventò assistente di laboratorio di Giuseppe Levi, da cui ha imparato le tecniche di coltura cellulare che più tardi avrebbero avuto un ruolo fondamentale per la sua ricerca scientifica.

Tra i suoi compagni di università vi sono altri due futuri premi Nobel: il microbiologo Salvatore Luria e la neurobiologa Rita Levi-Montalcini.

Dopo la laurea nel 1936, Dulbecco fu arruolato nell’esercito italiano come medico. Fu chiamato in azione nel 1939, all’inizio della seconda guerra mondiale, per servire prima in Francia e poi in Russia. Disilluso dalla guerra e dalle sue conseguenze, diventò disertore e si nascose in una cittadina vicino Torino, lavorando come medico per le locali unità partigiane che resistevano all’occupazione tedesca.

Alla fine della guerra, dopo un breve periodo da assessore comunale a Torino nel 1945, fece ritorno alla ricerca scientifica all’Università di Torino. Nel 1946 Luria invitò Dulbecco ad unirsi al proprio gruppo di ricerca dell’Università dell’Indiana, a Bloomington, per lavorare sui batteriofagi – i virus dei batteri. Dulbecco condivideva il laboratorio con un dottorando, James Watson, che più tardi determinò la struttura del DNA con Francis Crick.

Dulbecco scoprì che la luce visibile può riattivare batteriofagi precedentemente inattivati tramite esposizione alla luce ultravioletta (cosa che aveva grosse ripercussioni per i metodi sperimentali dell’epoca): questa scoperta lo rese famoso. L’esperto di genetica dei fagi Max Delbrück lo invitò a diventare ricercatore nel proprio gruppo al Caltech nel 1949.

Dulbecco pensava che la ricerca sui virus animali avrebbe tratto un enorme beneficio da tecniche quantitative migliori. Nel 1952 sviluppò il saggio delle placche per il virus dell’encefalomielite equina occidentale: il sistema permetteva ai ricercatori di determinare il numero di particelle virali biologicamente attive in un campione contando il numero di placche, o macchie distinte, in cui un singolo virus e la sua progenie avevano ucciso le cellule ospiti.

In breve tempo a Dulbecco si aggiunse Marguerite Vogt, un’emigrata tedesca. La loro proficua collaborazione portò a saggi quantitativi per il virus della poliomielite, un flagello a quei tempi, e più tardi per il virus del polioma – un virus a DNA che causa diversi tipi di tumore.

Nel 1963 Dulbecco lasciò il Caltech per diventare uno dei primi ricercatori del Salk Institute, fondato da Jonas Salk, famoso per il vaccino della poliomielite.
Insieme alla Vogt, Dulbecco continuò la ricerca sui virus tumorali, provando in modo conclusivo l’importante ruolo dei geni virali nella trasformazione tumorale delle cellule sane. Durante questo periodo estremamente produttivo, Dulbecco insegnò ad alcuni dei più noti virologi del mondo.

Nel 1972 si trasferì a Londra all’Imperial Cancer Research Fund (ora Cancer Research UK), dove iniziò a studiare il cancro al seno – studi che continuò anche quando tornò in California nel 1977. Nel suo ultimo articolo scientifico, pubblicato nel 2004, aveva identificato delle cellule promotrici tumorali nel cancro alla mammella di ratti.

Nel 1988 Dulbecco diventò presidente del Salk Institute, in seguito alla malattia del presidente storico Frederic de Hoffmann, e portò un po’ di stabilità in un periodo difficile.

Sperimentatore nato, Dulbecco amava lavorare in laboratorio. Era un uomo silenzioso, ma non disdegnava pronunciare affermazioni visionarie: in una classico articolo del 1986 su Science (R. Dulbecco Science 231, 1055–1056; 1986) affermò che il modo migliore per capire il cancro consisteva nell’identificare la sequenza genomica del cancro umano. Nel 1992 Dulbecco si dimise dalla presidenza del Salk Institute per organizzare il contributo dell’Italia al Progetto Genoma Umano. Passò gran parte del tempo in Italia, dove era molto rispettato, e aiutò le carriere di molti giovani ricercatori.

Dulbecco era un uomo elegante, vestito bene, affabile e con il sorriso sempre sulle labbra. Era a proprio agio tra i nobili, ma cambiava da solo l’olio alla macchina; era distaccato, ma allo stesso tempo accessibile. Era un ospite affascinante alle cene organizzate dalla moglie Maureen, a cui ho avuto spesso il piacere di partecipare con mia moglie. In breve, è sempre stato un perfetto gentiluomo.

[Articolo originale "Renato Dulbecco (1914–2012)" di Inder M. Verma]

 

Traduzione di:
Loredana Spadola Loredana Spadola
Napoletana e ricercatrice in un’azienda farmaceutica a Göteborg. Lettrice vorace.


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Le nuove abitudini dell’Italia post Berlusconi

 

Le nuove abitudini dell’Italia post Berlusconi

Posted: 28 Mar 2012 01:25 AM PDT

Le Monde

I professori e i loden hanno preso il posto delle veline e del cashmere. Il rapidissimo cambio di marcia italiano colpisce molto. Ma davvero si può passare così in fretta dal vizio alla virtù ?

Il 2011 era agli sgoccioli. Ancora pochi minuti e avremmo visto chiudersi un anno in cui Silvio Berlusconi era stato allontanato dal governo al termine di una agonia politica che alla fine è diventata quella del paese. Ringraziato dai mercati e snobbato dai suoi pari, “il Caimano” aveva abbandonato la scena, lasciando il posto, il 16 novembre, al sobrio Mario Monti. Come milioni di italiani, il 31 dicembre scorso eravamo davanti al televisore più per regolare gli orologi che per guardare il programma. Sullo schermo ancheggiavano le solite ballerine inquadrate ad altezza coscia. Lo spettacolo della volgarità continuava come se niente fosse. O quasi. Sparite le ballerine, il presentatore in smoking propone un veloce sondaggio. “Secondo voi, cari telespettatori, quale donna, ha lasciato maggiormente il segno nel 2011: Angela Merkel, Belen Rodriquez o Kate Middleton? Forza! Avete cinque minuti di tempo per votare con un SMS”.

Ex modella argentina, protagonista degli spettacoli televisivi italiani e di qualche film da quattro soldi, Belen Rodriguez ha tutte le carte in regola per vincere. Angela Merkel? Troppo seria, non ha abbastanza fascino nel paese dei latin lovers. Kate Middleton, la fresca sposa del principe William? E’ quasi una sconosciuta nel paese d’oltralpe, dove la stampa le preferisce la sorella Pippa, le cui foto del suo didietro sono circolate abbondantemente. Sorpresa: Angela Merkel esce vittoriosa dal voto! Il peggio, tipico ormai della penisola, stavolta è stato evitato. “Grazie a tutti, urla il presentatore apparentemente sollevato, prima di lanciare il conto alla rovescia verso il nuovo anno. Ma davvero questo risultato dimostra che l’Italia è cambiata? Davvero?

Alla stessa ora, Mario Monti cena nell’alloggio messo a sua disposizione a Palazzo Chigi, sede della presidenza del consiglio. Il suo predecessore ci ha dormito solo una volta preferendo il suo appartamento privato a Palazzo Grazioli, più discreto per ricevere le sue frequentatrici notturne. A tavola per la cena della vigilia ci sono dieci persone: la moglie, i loro due figli con le mogli, i nipotini, la cognata. Il menu rispetta la tradizione della cena di Capodanno: tortellini in brodo, cotechino, lenticchie e pandoro. A mezzanotte e un quarto, sono già tutti andati a dormire. La famiglia Monti è così: si rispettano le tradizioni e si va a dormire presto.

Come facciamo a saperlo? Semplicissimo. Per rispondere ad un parlamentare della Lega Nord, che aveva accusato il capo del governo di aver fatto baldoria a spese dello stato, il portavoce di Palazzo Chigi ha diffuso un comunicato in cui si danno dettagliate notizie sui nomi degli invitati, l’ora del loro arrivo e quella in cui sono andati via, la lista della spesa, i prezzi e l’indirizzo dei negozianti presso cui Elsa Monti in persona è andata a fare gli acquisti. Due pagine che si concludono così: “Il presidente Monti non esclude che in ragione del numero relativamente alto degli invitati, i costi supplementari di luce, acqua e gas potrebbero essere a carico dell’amministrazione”.

Questo è Monti, un miscuglio di rigore, di tradizione e umorismo. In quasi 100 giorni di governo, è riuscito ad imporre il suo stile all’Italia sazia e nauseata dagli eccessi dal suo predecessore. Nel mese di gennaio, dopo un piano di rigore di 20 miliardi di euro e di pesanti riforme (pensioni, lavoro, liberalizzazioni e semplificazione amministrativa), secondo un sondaggio Ipsos il presidente del consiglio poteva vantare ancora un livello di gradimento del 58%. Meglio ancora: 35 % degli elettori di destra, il 60% dei centristi e il 69 % degli elettori di sinistra preferiscono questo professore estraneo alla politica ai leader dei loro rispettivi partiti. Paradossalmente: se contestano il rimedio, approvano la scelta del medico curante. Dopo qualche stagione di bunga-bunga in cui si meravigliavano delle prodezze sessuali del loro primo ministro, si sono convertiti all’austerità del suo successore dal giorno alla notte o quasi. Passati dal vizio alla virtù in ventiquattro ore, un nuovo avatar del “trasformismo”, questa facilità di passare da un regime all’altro, come un cambio di vestito?

“Gli italiani sono abituati ai bruschi cambiamenti” spiega Beppe Severgnini, giornalista del Corriere della Sera, in cui è autore una rubrica settimanale che si chiama “Italians” e che su Twitter ha già 170.000 sostenitori. “Conosco abbastanza bene il paese, eufemizza con falsa modestia. Siamo una società molto teatrale, applaudiamo i tenori ma appena fanno una stecca ci gettiamo sulla preda. Monti canta bene. Godrà della nostra indulgenza finquando ci ricorderemo degli eccessi del periodo precedente. Monti in qualche modo è protetto dalla nostra memoria visiva.”

Questo cambiamento ha il suo simbolo: un cappotto di lana impermeabile nato in Tirolo, nella provincia di Bolzano. Il loden di Monti resterà forse nella storia come il berretto frigio dei “sanculotti” (sans-culottes) del 1789. Il presidente del consiglio ne indossa uno verde nel week-end e uno blu scuro durante la settimana, mentre Berlusconi, preferiva il cappotto a doppio petto di cashmir, così aderente da sembrargli cucito addosso. Il Italia il loden ha resistito a tutte le mode. Lo si indossa perché è così: caldo, pratico, comodo e resistente. Raro al sud, è molto diffuso al nord, e spopola a Milano nel quartiere della Borsa e delle grandi banche.

“Un loden? Cosa nasconde un loden? Cosa svela quando si apre?” Il cappotto di Monti è come la “Noix” di Charles Trenet [canzone molto popolare dello chansonnier francese Charles Trenet ndt] solo che al posto di “mille soli” ci sono gli sforzi, i sacrifici, i risparmi. Per alcuni, la sua linea semplice e immutabile è l’immagine della modestia di colui che lo indossa. Per altri la sua ampiezza ricorda un paracadute che può permettere all’Italia, zavorrata da un enorme debito di 1900 miliardi di euro (120% del PIL), di evitare la brusca caduta verso un deficit. Per altri infine, la sottile striscia di pelle sul bordo delle maniche, che le protegge dall’usura, sarebbe il simbolo dello spirito di risparmio tipico degli italiani. Nei blog dove Monti è stato soprannominato “Ben Loden” per la sua “austerità estrema” è già nata una barzelletta.

Vi vediamo già sorridere. Cosa? Gli italiani si sarebbero convertiti alle virtù di una nuova guida soltanto a causa un cappotto da pastore? Che roba! Il personaggio dello sbruffone, nel film di Dino Risi, interpretato dal geniale Vittorio Gassman, che mente come respira e sorpassa in curva, avrebbe parcheggiato l’auto? Ovviamente è un pò più complicato. Il loden non basta a dare l’esempio, ci vuole anche un pò di controllo. Questo ha un nome: Serpico, acronimo di SERvizi Per I COntribuenti. Nel paese in cui l’evasione fiscale è uno sport nazionale e costa allo stato tra i 120 e i 150 miliardi di euro, Serpico promette di essere un arbitro inflessibile.

Serpico è un enorme computer istallato a Roma e collegato ad altri 2000 server in tutto il Paese. La sua potenza gli permetterà di analizzare 22000 informazioni al secondo, di incrociare le dichiarazioni dei redditi degli italiani con il loro tenore di vita e di addentrarsi nei segreti dei loro conti correnti. Ad un agente basterà digitare il codice fiscale di un qualsiasi italiano per controllare tutte le operazioni bancarie, ma anche le bollette della luce, dell’acqua o del gas, la marca della sua automobile e anche l’iscrizione al circolo del tennis. Serpico è già riuscito a pizzicare più di 500 proprietari di aerei ed elicotteri privati, 40 000 possessori di motoscafi da 10 metri ed oltre che dichiarano redditi da indigenti e 7000 persone ignote al fisco.

Se c’è una “rivoluzione Monti” è questa. Fino ad oggi tollerata, persino giustificata ed incoraggiata, l’evasione fiscale è diventata il nemico pubblico numero uno. Le Fiamme Gialle sono i nuovi eroi di un Paese in cui, un tempo, il malandrino, il furbetto, lo scroccone di Stato, se non ammirato era quanto meno invidiato. La lotta è feroce e spettacolare. Le retate degli ispettori del fisco nei paradisi per miliardari di Cortina d’Ampezzo e Portofino, ma anche a Roma e Napoli, sono le notizie di apertura dei TG delle 20.
Questi agenti incorruttibili hanno il loro Eliot Ness [agente federale americano, che riuscì a trovare ed incastrare Al Capone facendolo condannare per evasione fiscale, N.d.T.] in Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle Entrate, che si occupa di riscuotere le imposte. Befera conta il numero di miliardi di euro recuperati e promette lotta senza scampo. Una campagna pubbliciaria decisamente aggressiva paragona l’evasore fiscale ad un parassita.
La musica è cambiata, le parole anche. Da Silvio Berlusconi che dichiarava: “Se pretendono il 50% [di tasse] mi sento moralmente autorizzato a evadere il fisco”, siamo passati a Mario Monti che afferma: “E’ inaccettabile che i lavoratori facciano dei sacrifici mentre una grossa fetta della ricchezza sfugge alle tasse, aumentando così la pressione fiscale sugli onesti contribuenti.” A questo manifesto di fermezza da parte del governo corrisponde un primo cambiamento di mentalità. Una buona parte di italiani sembra aver preso coscienza del problema e ha deciso di mobilitarsi, in particolare attraverso Internet e i social network.

Edoardo Serra fa parte di questi. Ingegnere informatico di 27 anni, ha lanciato con alcuni amici, tutti di età inferiore ai 30 anni un sito (tassa.li) in cui è possibile scaricare gratuitamente un’applicazione iPhone o Android per segnalare sul proprio telefonino tutti quei negozi che non rilasciano scontrino o fattura. Un gruppo su Facebook chiamato “Richiediamo sempre a tutti scontrini e fatture”, o il sito “evasori.info” svelano senza mezzi termini i nomi e gli indirizzi degli evasori. Coperto dall’anonimato, un consulente fiscale di Roma ci rivela: “Mi capita sempre più frequentemente che i miei clienti mi chiamino spaventati, per chiedermi di metterli in regola”. Prima invece lo supplicavano di camuffare tutti i loro redditi. Una parte della destra denuncia come “terrorismo fiscale”.

Profondo cambiamento culturale o breve parentesi virtuosa? “E’ proprio la fine di un’epoca” osserva Giuseppe Roma, direttore del Censis, che da anni tasta il polso degli italiani. “Per la prima volta quest’anno, una maggioranza di italiani si dichiara pronta a pagare le tasse in cambio di servizi” spiega. “Questo cambiamento segna la fine del nostro individualismo. Era prevedibile. Dopo anni in cui gli italiani hanno privilegiato il loro benessere individuale e hanno delegato ad una classe politica mediocre la gestione della collettività, i nostri studi sottolineano un’inversione di marcia. Abbiamo preso coscienza che l’individuo non può cavarsela soltanto con l’arte di arrangiarsi. La crisi mette nuovamente i valori collettivi e quelli della solidarietà prima di ogni altra cosa. L’arrivo di Monti, la sua evidente austerità, che contrasta con gli eccessi di Berlusconi, sono quindi molto più accettati perché corrispondono a questo nostro momento di evoluzione”. Anche i media hanno avvertito questo cambiamento. Mentre fino alla fine del mese di novembre scorso, i giornali e le trasmissioni televisive di approfondimento erano quasi esclusivamente focalizzati sugli attacchi o la difesa di Silvio Berlusconi, adesso si sono convertiti alla pedagogia delle riforme. Il quotidiano di sinistra La Repubblica ha avuto una svolta davvero notevole. Al posto di decine di pagine dedicate alla pubblicazione delle trascrizioni delle telefonate intercettate del Cavaliere, ormai pubblica ogni giorno articoli sulla riforma delle pensioni, del codice del lavoro o fiscale. Le curve delle veline sono state soppiantate da quella dello spread, il differenziale dei tassi di rendimento tra i buoni del tesoro italiani e tedeschi.

“Ormai per noi, Berlusconi è un protagonista come altri dell’attualità politica” spiega Ezio Mauro. “Non è più capo del governo, non si fa più leggi ad personam. Il nostro lavoro, e ne sono fiero, è stato di difendere i valori repubblicani per tutti questi anni. Ma abbiamo voltato pagina. Il Paese non ne poteva più. Abbiamo vissuto un periodo di eccessi: la fortuna di Berlusconi, il numero delle sue amanti, delle sue case, delle sue televisioni, dei suoi aerei. Oggi siamo sulla via della normalizzazione. I giornali sono ritornati uno strumento pedagogico e di divulgazione, al servizio del lettore” E funziona. Nel mese di dicembre, quando era in pieno svolgimento il dibattito su un nuovo piano di austerità, il giornale ha registrato il picco di vendite del 2011.

Anche la televisione ha preso atto di questo cambiamento epocale. L’ampiezza e la complessità delle riforme in corso hanno permesso agli esperti di occupare finalmente le prime file nelle ribalte televisive. Mentre prima erano relegati all’ultimo posto della scaletta, come si fa quando si spinge la polvere sotto ai tappeti, gli specialisti, professori e tecnici sono tornati alla luce, come ne “La notte dei morti viventi”. “Sono loro i veri protagonisti di questo nuovo periodo” spiega Giovanni Floris, conduttore della trasmissione “Ballarò” che va in onda ogni martedì su Rai 3. “Prima intervenivano telefonicamente, ora hanno il loro posto in prima fila”. Berlusconi non si tirava indietro quando interveniva in dibattiti già abbastanza accesi, per gettare benzina sul fuoco e insultare il conduttore al telefono. “Oggi non c’è più tempo per gli insulti. I telespettatori hanno bisogno di spiegazioni, vogliono capire a cosa vanno incontro”, sottolinea il conduttore. Le cifre parlano da sole. Nel 2012 una media di 5 milioni di telespettatori hanno seguito la trasmissione, rispetto ai 4,3 milioni del biennio 2010-2011.

L’austerità fa incasso. “Vorrei che l’Italia diventasse un paese noioso” ha dichiarato recentemente Monti al Financial Times. Di questo passo non ci vorrà molto a vincere la scommessa. In Via dell’Umiltà a Roma, nella sede stampa estera, alcuni corrispondenti rimpiangono i bei tempi delle orge, degli scandali, degli articoli facili, delle foto delle attricette prosperose. “Siamo disperati” spiega un collega inglese. “Prima scrivevamo un articolo al giorno. C’erano personaggi [di cui scrivere]”, si lamenta un olandese.

Che cosa resta del bunga-bunga? E di Silvio Berlusconi, in questa Italia che sembra averlo “archiviato”? E’ davvero sparito? Incatenato nelle segrete della storia? Davanti a Palazzo Grazioli staziona ora soltanto una camionetta dei carabinieri e una squadra televisiva a ranghi ridotti, in caso che … In un’Italia “normalizzata” è ritornato quasi ad essere un cittadino come gli altri. Presenzia ai suoi processi (affare Mills, vicenda Ruby). Ha occupato un ufficio in un’ala di Montecitorio, sede della Camera. “E’ incerto, non sa quale consiglio seguire. Politicamente è fuori gioco e lo sa” racconta Vittorio Sgarbi, ex Sottosegretario ai Beni Culturali, provocatore e insolente urlatore che si fa passare per un consigliere dell’ultima ora.

Il suo partito, il Popolo della Libertà, che ufficialmente appoggia il nuovo governo, è diviso. I “falchi” vorrebbero quanto prima ritirare la fiducia a Monti e ritornare alle urne; le “colombe”, gli indecisi, i moderati, sanno che in caso di sconfitta, non otterranno tanto presto un nuovo mandato. Tra i due, il Cavaliere, 75 anni, non sa cosa decidere, diviso tra i processi in corso e l’andamento in Borsa delle sue azioni. Un giorno sbraita, l’altro stempera. Che voglia salvare il suo posto nella storia indossando i vestiti della” responsabilità”, o recuperare un posto in prima fila, facendo saltare tutto?

Nel suo ufficio di Via Negri a Milano, il direttore de Il Giornale, quotidiano che appartiene ufficialmente al fratello di Silvio Berlusconi, Paolo, Vittorio Feltri sembra rammaricarsi di questi indugi. Prima era facile: i nemici di Berlusconi erano i suoi nemici. Tutto era concesso nel gioco del massacro, anche e soprattutto la calunnia. Oggi Feltri trattiene la sua penna: ”Finché Berlusconi non avrà deciso una strategia, mi accontento di prendere in giro Monti, il suo evidente rigore, i suoi loden. Anche io ne ho cinque o sei nel mio guardaroba, ma non per questo mi fanno le congratulazioni!” Su Berlusconi, invece, la sua opinione è categorica:” E’ una sconfitta su tutta la linea. Sua e di tutta la classe politica. Mille parlamentari hanno dovuto ricorrere a tecnici per salvare il Paese. Ma questi professori universitari che ci governano si sono accontentati di aumentare le tasse; per questo sarebbero bastati dgli ispettori del fisco! Dopo 18 anni di scandali di ogni tipo e di impotenza, non ci deve meravigliare se appaiono come dei liberatori”.

Altri tempi, altri usi, altri attori. I docenti della Bocconi di Milano, dove indossare qualcosa di color blu scuro passa quasi per un segno di ribellione, hanno sostituito gli incredibili personaggi che affollavano la corte del Cavaliere. Il suo cantore, Mariano Apicella, con cui scriveva canzoni, mendica un pezzetto di gloria all’Isola dei Famosi, un reality televisivo; quello che assoldava per suo conto prostitute, l’agente dei vip Lele Mora, si gira i pollici in carcere per bancarotta fraudolenta; il suo confessore, Don Luigi Maria Verzé, che gli aveva predetto una lunga vita “fino a 120 anni”, è stato travolto da uno scandalo finanziario prima di morire in disgrazia nel gennaio scorso.

Resta una domanda: la rivoluzione culturale silenziosa di Mario Monti, il loden e il computer, cambieranno per sempre gli italiani? L’Italia un giorno sarà un Paese normale? Una Germania tra Adriatico e Mediterraneo? Stefano Rodotà, noto costituzionalista, acerrimo oppositore di Berlusconi, teme che la propensione per la virtù manifestata dai suoi compatrioti non sarà mai portata fino in fondo: “Per troppi anni Berlusconi ci ha assecondati nei nostri vizi al solo scopo di ottenere i nostri voti. Certo il cambiamento in corso è impressionante e sarà difficile ritornare alle abitudini del passato, ma restano così tante cose da fare, come per esempio rinnovare la classe politica. Sarà un lavoro di lungo respiro. Monti resterà [in carica] al massimo solo fino alla primavera del 2013. Troppo poco tempo”.

Per Ernesto Galli della Loggia, docente di storia contemporanea e editorialista del Corriere della Sera, “Tutto resta superficiale. È il volto del potere che è cambiato, il suo discorso ufficiale. Ma questo non corrisponde ad un cambiamento nella società. Nemmeno i giacobini con la ghigliottina ci sono riusciti. Monti è lo specchio dell’Italia da troppo poco tempo rispetto a Berlusconi. Più modestamente possiamo dire che l’anomalia italiana è provvisoriamente sospesa e ha lasciato il posto ad un’anomalia politica, visto che questo governo non è stato eletto. È la percezione mediatica del Paese che è cambiata”.

Marco Travaglio, altro nemico giurato del Cavaliere, parla con asprezza nel suo giornale, “Il Fatto Quotidiano”, di un “governo illusorio”. Per lui “questa epoca di professori è l’ultimo travestimento dei politici italiani di destra e di sinistra. Sono stati incapaci di dire la verità al Paese, incapaci di fare le riforme, sia per mediocrità intellettuale che per paura. Hanno alla fine delegato ad una persona estranea alla politica lo sporco lavoro delle riforme. Ma riprenderanno in mano il Paese appena se ne presenterà l’occasione”. L’autore de “L’odore dei soldi. Origine e misteri della fortuna di Silvio Berlusconi” va a caccia sia delle lacune del nuovo governo che dell’etica di cui si mostra ad esempio e garante. Un ministro è già stato costretto alle dimissioni, dopo aver ammesso di essersi fatto pagare le vacanze in un albergo di lusso sulla costa toscana da un imprenditore intraprendente. Altri sono sotto accusa per il loro ruolo di ministro che si affianca ad altre funzioni che ancora esercitano .

Mario Monti, che ha rinunciato ai due stipendi come Presidente del Consiglio e Ministro delle Finanze, controlla l’onestà dei suoi severamente, ben sapendo che la loro immagine è indispensabile al suo successo. Per il momento funziona. Sarkozy, la Merkel, Cameron e Obama portano in palmo di mano questo ex di Goldman Sachs. Gli italiani gli sono riconoscenti per aver riportato il loro Paese al giusto posto nella scena internazionale. Ma tutto è ancora così fragile. “Non mi fa tanto paura Berlusconi in sé, ma il Berlusconi che è in me” aveva dichiarato il cantautore Giorgio Gaber. “Berlusconi è finito” dice oggi Stefano Rodotà, “ ma noi abbiamo davvero chiuso con il berlusconismo?”.

[Articolo originale "Les habits neufs de l'Italie post-Berlusconi" di Philippe Ridet]

 


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Lo sciopero del carburante fa chiudere la Fiat

Chiusi gli stabilimenti Fiat in Italia a causa dello sciopero del carburante

Posted: 19 Mar 2012 02:31 AM PDT

[bbc.co.uk]

Gli autotrasportatori protestano da gennaio contro le imposte sul petrolio introdotte con le misure di austerità del presidente del Consiglio Mario Monti, continuando con i blocchi stradali.
La Fiat ha dichiarato di aver prodotto 20.000 auto in meno nelle ultime tre settimane a causa delle proteste.

Gli stabilimenti rimarranno chiusi se gli scioperi continueranno, ha dichiarato alla BBC.

La casa automobilistica ha quattro stabilimenti nel meridione e uno a Torino.

La chiusura colpisce anche lo stabilimento di Pomigliano, vicino Napoli, dove viene prodotta la nuova Panda.

Le chiusure degli stabilimenti nelle scorse settimane potrebbero causare una perdita del 10% della quota di mercato italiana per questo mese se gli autotrasportatori non riprenderanno il lavoro nei prossimi giorni, ha avvertito la società.

Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, ha incontrato Monti per la prima volta dall’inizio della crisi, ma non ha voluto rilasciare dichiarazioni su quanto discusso.

Marchionne ha dichiarato in seguito alla stampa che l’incontro era stato “perfetto”, ma senza dare ulteriori spiegazioni.

Secondo il nostro inviato a Roma Alan Johnston l’incontro si è svolto nello scenario più cupo possibile, i parcheggi degli stabilimenti Fiat pieni di auto invendute.

Lotte di sindacato

Si è poi saputo da altre fonti che questa settimana Marchionne ha ricevuto una remunerazione di 14,4 milioni di euro, 2,5 milioni in contanti e il resto in azioni.

Il gruppo Fiat è il contribuente privato più importante in Italia e controlla inoltre la casa automobilistica statunitense Chrysler.
Da quando è stato nominato amministratore delegato nel 2004, Marchionne sta ristrutturando gli stabilimenti della società in Italia.

Nonostante la resistenza dei sindacati, sono stati introdotti elementi di flessibilità nell’organizzazione del lavoro.

Secondo la società però gli stabilimenti italiani stanno funzionando solo al 50% della loro potenziale capacità produttiva, mentre quelli negli Stati Uniti e in Polonia funzionano a pieno regime.

Monti guida un governo di tecnocrati che hanno l’obiettivo di portare l’Italia fuori dalla crisi del debito e ha introdotto un pacchetto di riforme volto a tagliare le spese, aumentare le tasse e riformare le pensioni.

Monti ha preso il posto di Berlusconi lo scorso anno per contrastare la crisi e ha dichiarato che senza queste misure l’Italia andrebbe incontro a un disastro economico paragonabile a quello che ha colpito la Grecia.

[Articolo originale "Fiat plants in Italy shut over fuel strike" di BBC News]


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A Cesare quel che è di Cesare

“A Cesare quel che è di Cesare”: il Vaticano pagherà le tasse

Posted: 28 Feb 2012 11:18 PM PST

[BBC Mundo]

Il Vaticano potrebbe dover affrontare un pagamento di tasse multimilionario se andrà avanti il progetto del governo di eliminare alcuni dei privilegi fiscali di cui ha goduto la Chiesa finora. Il Primo Ministro italiano Mario Monti ha annunciato infatti che in futuro il Vaticano dovrà pagare le tasse sulle sue proprietà non adibite ad uso religioso, che prima godevano dell’esenzione dalle imposte. Questa istituzione possiede circa 110.000 proprietà registrate a suo nome, di cui quasi il 20% si trova in territorio italiano, per un valore di quasi 12 miliardi di dollari. Fra queste proprietà figurano anche centri commerciali e residenze private.

Lo scorso dicembre il governo italiano ha reinserito una tassa sulle proprietà che devono pagare tutti i possessori di terreni o edifici, ma dalla quale per ora il Vaticano è stato esentato. I piani di Monti potrebbero far sì che gli amministratori della Chiesa debbano versare alle casse del Fisco circa 945 milioni di dollari, in base ai dati ottenuti dalle diverse amministrazioni comunali che beneficerebbero dell’eventuale cambiamento delle regole.

Austerità per tutti

In piena crisi economica, un crescente numero di italiani si oppone al fatto che certi settori godano di privilegi, al punto che dopo l’adozione del recente pacchetto di misure di austerità più di 130.000 cittadini hanno firmato una petizione per revocare l’esenzione fiscale alla Chiesa Cattolica. Soprattutto nel momento in cui le cifre ufficiali pubblicate questa settimana confermano che il paese è entrato ufficialmente in recessione, dopo due trimestri consecutivi di crescita economica negativa. Secondo le regole stabilite nel 2005, i gruppi e le organizzazioni collegate alla Chiesa non sono catalogati come enti commerciali e quindi non devono pagare tasse per le proprietà che possiedono.

Ma adesso, secondo una nota pubblicata dal quotidiano milanese Il Corriere della Sera, le autorità faranno una valutazione di quale percentuale di queste strutture sono usate per attività religiose, per procedere poi a tassarle in modo adeguato. Così, mentre una chiesa continuerà a non pagare tasse, un’organizzazione collegata alla Chiesa che abbia funzioni di ostello per i giovani, dovrà invece pagarle.

[Articolo originale ""Al César lo que es del César...": el Vaticano pagará impuestos"]

Traduzione a cura di Michela Farina

Laureata in Lingue e Letterature Straniere, si occupa di Social Media Monitoring e Analisi del linguaggio naturale. Nel tempo libero insegna italiano, studia arabo e traduce dallo spagnolo.

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