E-mensile: il fine giustifica il mezzo

IL FINE GIUSTIFICA IL MEZZO – Mahmod Mojahed

storia raccolta da Christian Elia

 

Hebron non la puoi spiegare, la devi vivere. Vedere. Provate a pensare, anche solo per un momento, che qualcuno vi dica, per tutta la vita, dove potete andare e quando potete farlo. È come stare in carcere, anche se le sbarre non si vedono. Ho sessantacinque anni, sono nato con la guerra. Mio padre, con grandi sacrifici, mi ha fatto studiare. Sono potuto andare in Giordania grazie a una borsa di studio, e poi a lavorare in Arabia Saudita. Ho lavorato anche qui, sempre nell’ambiente farmaceutico e un giorno ho detto basta. Sette anni fa ho iniziato ad avere i primi dolori alle gambe. Nel 2006 era chiaro: non potevo più lavorare e non avevo una pensione. «È un problema della colonna vertebrale», dicono i medici. Ogni giorno che passava, le gambe erano meno forti. Io vivo ad al-Jalada, un piccolo sobborgo di Hebron, nella Cisgiordania occupata. Non ho i soldi per pagarmi le cure mediche. Sono andato fino a Ramallah, ma tutti mi hanno detto che le uniche possibilità che avevo di recuperare l’uso delle gambe erano legate all’impianto di due protesi costose e difficilmente reperibili qui in Palestina. Ero terrorizzato dall’idea di non poter sfamare i miei cinque figli, io che mi dividevo tra mille lavoretti per loro. Una mattina mi sono alzato e dovevo andare dal dottore, ma nessuno dei miei vicini poteva accompagnarmi. Mi è sembrato che la mia vita finisse, ma ho tentato di reagire. E mi è venuta un’idea… "(la storia continua su E-Mensile)

 

Voce: Matteo Ponzano
Musica e sound design: Matteo Ponzano
Una produzione Reset Radio
Foto di: Alfredo D’Amato

Bio

Mahmod Mojahed, 65 anni, vive in un sobborgo di Hebron, in Cisgiordania. Alle difficoltà della vita sotto occupazione, sette anni fa si è aggiunta
una malattia alle gambe che gli ha reso impossibile una vita normale. Ha deciso di reagire, costruendosi da solo un’auto alimentata da batterie elettriche..

Si ringrazia Germana Lavagna – Photoeditor di E-Il Mensile

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E-mensile: a casa dei Felicioni

A CASA DEI FELICIONI – Antonio Amato De Serpis

storia raccolta da Stella Spinelli
 

Sono il fondatore di una comunità che sorge su un terreno strappato alla camorra. Oggi ci giocano i nostri bambini. Nel 1987, diciottenne obiettore di coscienza, sono entrato nel movimento di Capodarco, nella comunità La Roccia di Aversa. Già allora, in un’Italia distratta, si occupavano di minori immigrati e di affido. Mi hanno conquistato, com’è successo con Fortuna, volontaria instancabile che anni dopo è diventata mia moglie. Con noi, un bambino arrivato a La Roccia a due settimane dalla nascita. Da lui è cominciato tutto: la nostra famiglia e la nostra comunità. Restando all’interno del movimento Capodarco, abbiamo preso un appartamento a Teverone, Campobasso, per la nostra prima casa-famiglia: la Compagnia dei Felicioni. Quel bambino è diventato il nostro primo figlio, cresciuto con tanti altri piccoli, italiani e non, accompagnati alla nostra porta. L’inizio è stato duro: non avevamo una lira, ma siamo andati avanti lo stesso. A volte non sapevamo come pagare le bollette e ci arrivavano i soldi di una raccolta solidale. A volte non sapevamo cosa mangiare e ci portavano a casa vassoi di biscotti avanzati in pasticceria. O sacchetti di pane fresco. Tutto inaspettato. Così abbiamo capito che la solidarietà non deve mai subire interruzioni: per questo condividiamo sempre tutto, anche il poco. È la prima lezione che si impara qui. E i nostri bambini ne sono coscienti, così come sanno che da noi trovano affetto e sicurezza, ma che il loro futuro è altrove. Qui sono di passaggio: cerchiamo di rimetterli in piedi, di aiutarli di camminare da soli e poi li lasciamo andare. Il nostro scopo è diventare superflui…. "(la storia continua su E-Mensile)

 

Voce: Matteo Ponzano
Musica e sound design: Matteo Ponzano
Una produzione Reset Radio
Foto di: Miriam Caltabiano

Bio

 

Antonio Amato De Serpis e Fortuna D’Agostino, marito e moglie, hanno fondato nel 1997 la Compagnia dei Felicioni, una casa-famiglia che appartiene alla Comunità di Capodarco. Per cinque anni, i De Serpis, il loro figlio adottivo e i vari bambini a loro via via affidati hanno vissuto a Teverone, provincia di Campobasso. Poi, hanno colto l’opportunità di trasferirsi nella villa sequestrata a Dario De Simone, killer dei Casalesi, e dal 2002 vivono a Trentola Ducenta, nel Casertano. Nel frattempo, sono arrivati anche tre figli naturali.

Si ringrazia Germana Lavagna – Photoeditor di E-Il Mensile

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