Crete Boom
Se Frank Zappa fosse nato in Irlanda…
Se i Crete Boom non fossero stati così eclettici, probabilmente non avrebbero trovato posto nella selezione di Reset Radio. Un gruppo capace di scrivere canzoni che toccano le più svariate sfumature di quel grande calderone che porta il nome di “Rock”. Se si fossero però fossilizzati solo sulla loro vena sperimentale, senza degnarci di piccoli capo-lavori Pop, sarebbe stato difficile farli conoscere al grande pubblico.
Nati nell’estrema Irlanda Occidentale, precisamente a Ballina, lontani dalle uniche due grandi città, Belfast e Dublino, hanno avuto la fortuna di non essere influenzati esclusivamente da nessun genere musicale in particolare e allo stesso tempo di assaggiarne molti tutti insieme. Patrick Delaney, portavoce del progetto, racconta la genesi della band, ipotizzata tra i banchi del college e concretizzatasi una volta finiti gli studi, grazie alla comune passione dei suoi componenti per il Jazz e per le live-session di un certo PJ Duffy che allietavano un paio di volte alla settimana le loro serate, altrimenti affogate nell’alchool.
Jazz e blues quindi le influenze più importanti nei Crete Boom. Difficile conciliare allora l’immagine che lo stesso Patrick ci da di se stesso. Un ragazzo ossessionato dai Beasty Boys, dallo “street wearing” e dagli Oasis. Potevano i Crete Boom svilupparsi in modo convenzionale? La risposta è fin troppo ovvia.
Se poi aggiungiamo che il nostro B-boy un bel giorno perde completamente la testa per Frank Zappa ecco che il quadro è completo. L’anticonvenzionalismo di Zappa travia irrimediabilmente i componenti del gruppo che dopo aver definito la line-up e assoldato Dee Al-Shamaa come special guest alla voce fanno scoppiare la “Bomba di Creta”.
La prima traccia di Ne’er do well, sprizza energia da tutti i pori riportandoci alla memoria i Beatles più colorati e sbarazzini. Il titolo “Sleeper” mal si addice alla verve e la vivacità dell’andazzo. Il coro femminile alla fine del brano dona un profumo di fiori e farfalle. La successiva “Helpless” riempie le orecchie di fiati e cori mentre la chitarra ricorda i Police. Questo album è una vera sequenza di hits. La title track porta il pianoforte in prima linea e ci bombarda di puro swing e ammiccamenti. Ma il pezzo forte deve ancora venire. “Ghost of a Nation” è secondo il parere del sottoscritto il vero gioiello di creta. Una fusione delle qualità migliori del rock degli ultimi tempi. Un armonica a bocca ci introdue in un ritmo tanto gradito ai Rolling Stones. Ed in effetti la linea vocale ricorda molto da vicino la graffiante rimica di Mick Jagger, che nel meraviglioso e pulsante finale lascia il posto ad un David Bowie ispiratissimo.
Il timbro delle canzoni varia molto, il tiro a volte è scanzonato a volte serioso e profondo. Lo dimostra il fortissimo contrasto presente nel secondo album Navy And Grey in cui “The Choicest Cut“, che stranamente inizia come “Lunedì al Cinema” di Lucio Dalla, è allo stesso tempo divertente e cupa, ironica e dura. Qui si avvertono maggiormente le tensioni istrioniche dettate dalle varie influenze musicali. Tutto sembra più live, meno rimaneggiato. Il clavicembalo di “Coffe After Six” ricorda le melodie degli orologi a pendolo di grandi saloni elisabettiani. L’amaro del caffè rimane in bocca grazie ai toni calanti del supplicante ritornello “…stay awake, stay awake…”. E’ “Broken Teeth” però che stravolge definitivamente l’ordine cosmico dell’album ( se mai ce n’è stato uno ). Pura improvvisazione jazz. Un omaggio dichiarato ai grandi del genere e a quel folle di Frank Zappa.
I successivi lavori percorrono gli stessi territori, forse peccando di originalità e voglia di stupire ancora. Se prendiamo i singoli brani di Ech man for himself, ther is noon oother e di Them Bones Need Oxygen, in cui si salvano la U2-esca “Economium15” e la melodiosa e poppeggiante Put Up A Resistance“, sentiamo una certa stanchezza compositiva confermata dal fatto che l’ultimo lavoro comprende ben tre brani già precedentemente pubblicati. Resta tuttavia la innegabile qualità della loro musica. Ben scritta e ben suonata, ricca di sfumatura, di colori e di piccoli dettagli. Ci auguriamo di poter ancora godere della loro “crete-ività” se mi si concede il gioco di parole.
Salival. Boom. Reset.
Iscriviti ai nostri gruppi:
- Ne'er do well (2008)
- Navy And Grey (2008)
- Ech man for hymself, ther is noon oother. (2009)
- Them Bones Need Oxygen (2009)
- Patrick Delaney - voce
- Seosamh Ó Cathail - chitarra
- Mick Ruane - basso
- Colm Cahill - batteria
- Ben Green - sax e tastiere
- Wylie Wynne III - piano e organo
- Dee Al-Shamaa - coro
- Sean Plunkett - clavicembalo







