Il papa nel mirino della mafia

Istoé Brasile

Boss della criminalità organizzata, infastitidi dalle riforme di papa Francesco per combattere la corruzione nella Banca Vaticana, progettano di attaccare il pontefice

Mentre la maggioranza dei cattolici applaude alle riforme di papa Francesco che, in nove mesi di pontificato, gode di una popolarità e un’approvazione raramente viste tra i suoi predecessori, piccoli e potenti gruppi mostrano antipatia verso questi stessi cambiamenti. Uno di questi è la mafia.

“I boss, cui potere e ricchezza provengono dai legami con la Chiesa, sono sempre più nervosi” dice Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della direzione antimafia del Tribunale di Reggio Calabria e autore di cinque libri sul tema, l’ultimo dei quali uscito ad ottobre col titolo “Acqua santissima” (Mondadori, 2013). “Francesco sta smontando centri di potere economico in Vaticano, e se i mafiosi dovessero avere in futuro la possibilità di fargli lo sgambetto, non esiteranno”.

Da quando è assunto al trono di Pietro, il 13 marzo, papa Francesco ha imposto regole più rigide alla gestione dell’Istituto per le Opere Religiose (IOR), la cosiddetta Banca Vaticana. Dopo aver obbligato l’istituto bancario a rispettare le leggi che reggono il funzionamento di qualsiasi istituzione finanziaria internazionale simile, ha messo in piedi un’équipe per accompagnarne giorno e notte il funzionamento, ha commissionato il primo rapporto sul riciclaggio di denaro sporco nella storia dell’istituto e, la settimana scorsa, ha annunciato che monsignore Alfred Xuereb, suo segretario personale, supervisionerà tutti i lavori dello IOR, riferendone direttamente a lui. A tutt’oggi non viene scartata la possibilità di sopprimere la Banca Vaticana, poiché non svolge più la funzione stabilita nel suo statuto.

L’odio dei mafiosi per Francesco viene dall’impeto del gesuita nel riformare un’istituzione nella quale hanno interessi personali e che esplicita bene l’idea di “centro di potere economico”. Creata negli anni 60 con l’intento di semplificare il passaggio di beni e valori tra le organizzazioni cattoliche sparse nel mondo, la Banca Vaticana ha operato ai margini delle regole imposte a praticamente tutti gli istituti simili poiché, per principio, le transazioni avrebbero dovuto essere poche e specifiche.

Ma col tempo la fragilità normativa cominciò ad attrarre opportunisti che, corrompendo i religiosi, iniziarono ad usare la struttura della banca e la protezione religiosa per il riciclaggio. Ed essendo l’Italia la culla della mafia, intesa come grande impresa criminale, non ci volle molto affinché i mafiosi si accorgessero dell’opportunità che avevano. Fu negli anni ‘80 che la promiscuità di relazioni tra religiosi e mafiosi all’interno dello IOR raggiunse il suo apice.  L’esempio dell’arcivescovo Paul Marcinkus (1927-2006) è lapidario.

In qualità di presidente della Banca Vaticana tra il 1971 e il 1989, Marcinkus, chiamato spesso “il banchiere di Dio”, venne coinvolto in molti dei grandi scandali finanziari e criminali italiani di quell’epoca. Il più grande fu nel 1982 il fallimento del Banco Ambrosiano, la seconda banca privata più grande d’Italia. All’epoca la Banca Vaticana era la maggiore azionista dell’Ambrosiano, in seguito alla cui bancarotta finì al centro di indagini giudiziarie. Venne a galla un vero e proprio sistema di corruzione installato nell’istituzione pontificia che comprendeva riciclaggio di denaro mafioso, trasferimento illecito di beni e appropriazione indebita. L’intreccio si complicò ancora di più con la morte del presidente dell’Ambrosiano Roberto Calvi, trovato impiccato nel 1982 sotto il ponte dei Frati Neri, nel centro di Londra. Seppur inconclusa, l’indagine sull’omicidio di Calvi indicò il coinvolgimento della mafia italiana che avrebbe perso molto denaro con il fallimento dell’istituto, partner del sistema criminale nel riciclaggio.

Nonostante gli scandali più scabrosi che coinvolgevano la Banca Vaticana e i mafiosi risalgano agli anni ‘80, negli anni ‘90 e 2000 i rapporti tra la Chiesa e la mafia non sembrarono raffreddarsi. Fino a tutto il 2012, per esempio, organismi governativi italiani avanzavano gravi accuse di riciclaggio di denaro sporco, le operazioni tipiche dei mafiosi. Nel 2010 le autorità bloccarono per mesi 23 milioni di euro sospetti provenienti dall’istituto. “Il mafioso che ricicla denaro sporco e in questo modo esercita il suo potere, è quello gode dalla connivenza con la Chiesa”, sostiene il procuratore Gratteri. “Sono queste persone ad agitarsi (a causa delle imminenti riforme proposte da Francesco)”, dice il procuratore, che tuttavia non è a conoscenza di un piano concreto che metta a rischio l’incolumità del pontefice, ma è convinto che la mafia stia già pensando a questa possibilità.

Si stima che le transazioni che coinvolgono il denaro sporco della mafia sfiorino i 100 miliardi di euro all’anno. È evidente che solo una frazione di questa fortuna potrebbe essere riciclata dalla Banca Vaticana, ma una misura chiara di Francesco per eliminare definitivamente questa possibilità avrebbe effetti simbolici giganteschi. Sarebbe la fine di una relazione ottusa e incoerente che da decenni alimenta l’immagine di una Chiesa che predica una purezza morale che lei stessa non persegue. E Francesco, nella sua crociata contro l’ipocrisia, appare disposto a mettere la parola fine.

La mafia ha non poche ragioni per sentirsi minacciata dal papa. Inoltre, trattandosi di un’organizzazione criminale che ha lunga esperienza in minacce e omicidi di religiosi (vedi riquadro), ci si puo’ aspettare qualsiasi tipo di reazione. Gratteri prudentemente crede che sia difficile che i boss diano l’ordine di uccidere il papa. E anche se l’ordine dovesse arrivare, il pontefice è sempre ben protetto da un seguito di guardie del corpo preparate. Ed è un bene che sia così. Alla fine, col suo modo di fare indipendente e determinato, il latinoamericano non mostra segni di cedimento sulle riforme che ha annunciato in questo primo anno di pontificato. In base a quanto visto finora, saranno ancora molti gli interessi che verranno combattuti.

Riquadro 1: Contro la pedofilia

Il Vaticano annuncia la creazione di un gruppo che lavorerà per frenare l’abuso sessuale sui bambini da parte di religiosi

Il Vaticano ha annunciato giovedi’ 5 dicembre la creazione di un nuovo organo chiamato “Commissione per la protezione dei minori”. Il gruppo sarà formato da religiosi e laici di tutto il mondo avrà come obiettivi iniziali, tra l’altro, quello di suo informare il papa sullo stato delle vittime di abusi commessi da religiosi, di assicurare loro appoggio psicologico e di accertarsi che gli accusati vengano denunciati alle autorità civili. La creazione della commissione è il primo contributo del gruppo degli otto cardinali creato da papa Francesco ad aprile, con l’obiettivo di stilare un resoconto dei problemi della Chiesa e proporre soluzioni. Altri dettagli  sulla commissione saranno discussi nella prossima riunione del gruppo che avrà luogo tra il 17 e il 19 febbraio.

Riquadro 2: Perseguitati dalla mafia

Nemmeno i religiosi sfuggono alla violenza di queste potenti organizzazioni criminali.

Don Giuseppe Diana: ucciso

Denunciava l’estorsione, il traffico di droga e la corruzione della Camorra, un potente gruppo mafioso, a Casal di Principe, in provincia di Caserta. All’apice della sua campagna smise di somministrare i sacramenti ai mafiosi. Percio’ venne ucciso nel 1994. Diana fu omaggiato nel libro “Gomorra” di Roberto Saviano, divenuto un film nel 2008 e selezionato per la Palma d’Oro al festival di Cannes.

Don Pino Puglisi: ucciso

Parroco di Brancaccio, a Palermo, don Pino Puglisi venne ucciso nel 1993, il giorno del suo 56esimo compleanno, per essersi opposto alla mafia locale. Puglisi si rifiutò di assumere affiliati alla mafia per ristrutturare la chiesa, spingeva la popolazione a collaborare con le forze dell’ordine e non accettò mai donazioni da parte dell’organizzazione mafiosa. Il suo assassino, una volta arrestato, ha ammesso di aver ricevuto l’ordine dalla mafia. Nel 2013 don Puglisi è stata beatificato come martire per il suo coraggio e spirito di sacrificio.

Don Ennio Stamile: minacciato

Nato a Cosenza, in Calabria, don Ennio Stamile è diventato famoso per aver criticato il la mafia locale, la ‘Ndrangheta. Come conseguenza gli hanno bruciato al macchina, e nel 2012 ha incontrato una testa di porco sull’uscio di casa. Nella tradizione della mafia calabrese, significa che il prete deve starsene zitto. Don Ennio va avanti.

(pubblicato il 6 dicembre 2013)

[Articolo originale "O papa na mira da máfia" di João Loes]

 

Andrea Torrente Brasile Andrea Torrente
Studente, giornalista e traduttore per passione, da un po’ di tempo è in cerca di fortuna a São Paulo. Tra una caipirinha e l’altra si diletta a scovare articoli interessanti e a tradurli dal portoghese all’italiano.

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Corruzione all’italiana

Argentina

Vent’anni fa un gruppo di giudici ha praticamente lapidato l’intera classe politica italiana a causa dell’alto livello di corruzione. Oggi questo male sembra ripresentarsi ancor più forte di prima, o almeno con maggior tolleranza sociale e culturale, dopo il lungo regno populista di Silvio Berlusconi.

Un pagamento di 260.000 dollari alla ‘ndrangheta per 4.000 voti. Procacciamento di prostitute per il primo ministro. Solo in una regione, il furto di più di 1,3 milioni di dollari dalle casse pubbliche. Sontuose vacanze e cene eleganti, tutto a spese dell’erario.
In Italia, vent’anni dopo il crollo dell’ordine politico del dopoguerra dovuto allo scandalo delle tangenti, piovono di nuovo accuse riguardanti nuovi scandali sempre diversi, che ancor di più stanno erodendo la fiducia, già debole di per sé, che gli italiani ripongono nei politici. L’ultimo episodio portò all’ascesa dell’ex primo ministro Silvio Berlusconi, e la domanda ora è: quali saranno le conseguenze dell’ultima implosione?

“Siamo in un momento di transizione, e questo crea ansia”, dice Michele Ainis, professore ordinario di diritto costituzionale ed editorialista politico. “Chiunque vede che sta terminando la fase della Seconda Repubblica, e ancora non sappiamo quale sarà la Terza”.

Prendendo atto della crescente indignazione popolare nei confronti della malversazione da parte dei politici, il governo tecnico del primo ministro Mario Monti ha da poco approvato una legge che crea un organo di vigilanza per combattere la corruzione e che aumenta le pene per i reati di estorsione e abuso di potere.
Monti, salito al potere lo scorso novembre, ha detto che non vuole far parte di un partito politico, ma non esclude di rimanere qualora fosse chiamato a guidare un governo eletto democraticamente, dopo le elezioni politiche previste per la prossima primavera.

L’alto grado di corruzione che oggi sta venendo fuori ha meravigliato gli italiani, anche i più cinici. Roberto Formigoni, già potente governatore della Regione Lombardia, di recente ha assicurato che scioglierà la giunta regionale a causa dell’aumento degli scandali che hanno già rovesciato la presidente della Regione Lazio e hanno portato allo scioglimento del consiglio comunale di Reggio Calabria per impedire l’infiltrazione della criminalità organizzata.

Formigoni, personaggio di spicco del Popolo della Libertà (cui appartiene Berlusconi) che ha governato la Lombardia per 17 anni, ha detto che il suo governo era giunto al termine dopo il recente arresto di un assessore al termine di un’inchiesta sulla compravendita di voti, l’ennesimo assessore regionale (sono una dozzina circa) coinvolto in scandali .

Formigoni è indagato con l’accusa di aver accettato vacanze pagate e viaggi in yacht da un lobbista del settore sanitario. Lui nega ogni addebito e dice che la maggioranza dei cittadini vuole che rimanga al potere.

In una recente intervista il Ministro della Giustizia Paola Severino ha detto che gli ultimi scandali sono più gravi dell’inchiesta denominata “Mani Pulite” – che venti anni fa ha cancellato un’intera classe politica – perché si sono verificati in un momento di “grande debolezza politica”.

“Lucrare illecitamente sul denaro pubblico rappresenta cosa sempre estremamente grave. Ma lucrare illecitamente sul denaro pubblico mentre si stanno chiedendo sacrifici ai cittadini è una cosa di una gravità inaudita”, ha detto a Sky Tg24.

Molti degli scandali odierni affondano le radici in una legge del 2001 volta a promuovere un maggior federalismo e, in teoria, una maggiore trasparenza locale. Il provvedimento, che ha distribuito un generoso finanziamento statale senza imporre alle Regioni di raccogliere un’ingente quantità di denaro per contro proprio, ha avuto un forte impatto, incoraggiando spese sconsiderate in tutto il paese.

“In effetti, era come dare una carta di credito a qualcuno e dirgli: ‘Fa’ quel che vuoi’”, dice Roberto Perotti, professore ordinario di Economia alla Bocconi di Milano.
Anche i tempi sono cambiati. “Attualmente le imprese non hanno soldi per corrompere, così i politici si attaccano direttamente ai fondi pubblici”, osserva Marco Cobianchi, autore di due libri sulla corruzione.

Con la creazione delle province italiane nel 1970, e in particolare negli anni successivi al 2001, il costo dei governi regionali è salito alle stelle. Anche gli stipendi dei 1.113 consiglieri regionali italiani sono lievitati, giungendo a cifre tra i 4.000 e i 6.500 dollari al mese e spesso al doppio per via di prestazioni aggiuntive: una ricca ricompensa rispetto al salario medio in Italia, circa 1.500 dollari al mese. Dopo che l’anno scorso il governo ha innalzato l’età pensionabile a 62-66 anni nell’ambito di una complessa riforma, c’è meno tolleranza per i politici, ai quali per legge è consentito accumulare una generosa seconda pensione molto prima dell’età pensionabile (in alcune regioni si iniziano a ricevere questi vitalizi a 50 anni).

A causa di tutto ciò ha attecchito una crescente protesta popolare per ridurre il costo della politica, ma i partiti politici sono lenti a dare risposte. Molte riforme proposte sono state annacquate o si sono arenate a livello legislativo, compresa la riforma per ridurre il numero dei consiglieri regionali.

“Il livello di rabbia in tutti i settori della popolazione, da nord a sud, suggerisce che il punto di ebollizione è vicino”, ha detto Perotti.

Con i politici impantanati negli scandali, il malcontento è a livelli alti, e questo sei mesi prima delle elezioni politiche anticipate, delle quali la sinistra si prevede vincitrice ma priva del sostegno necessario a formare un governo. Forze populiste e opposte alla politica, come il Movimento Cinque Stelle del comico Beppe Grillo, guadagnano terreno.

I sondaggi mostrano che l’astensionismo toccherà livelli storici: “Ho sempre votato, ma questi politici meritano un tasso di astensione del 99% alle prossime elezioni, per dar loro un segnale”, ha dichiarato Massimo Rossi, 49 anni, venditore ambulante a Roma, mentre sistemava una cassetta di fave.

“Sfortunatamente è un fenomeno ad ampio spettro”, ha aggiunto. “Non sto parlando di partiti politici o colori politici, ma della mancanza di persone che realmente rappresentino noi cittadini.”

Alcuni dicono che i nuovi scandali hanno rivelato una nuova cultura politica basata più sullo stile di vita che sull’ideologia. Hanno messo a nudo “un pervertimento della politica, divenuta per molti un mestiere, un sistema di collocamento ad alta rendita”, ha scritto Ezio Mauro, direttore del quotidiano La Repubblica.

Notando il “senso di impunità” seminato durante gli anni di Berlusconi, “l’indebolimento del significato della politica e lo stravolgimento della sua natura” ha portato l’Italia a questo punto, ha aggiunto. “La nostra democrazia era corrosa dalle tangenti nel ’92, oggi è malata”.

Gherardo Colombo, uno dei p.m. della Procura di Milano che condussero vent’anni fa le indagini sui casi di appropriazione indebita, dice che le istituzioni italiane oggi sono più deboli rispetto ai primi anni ’90. La legislazione elaborata nel corso degli ultimi due decenni “ha facilitato la corruzione, così come ha reso più difficile scoprirla”, ha osservato.

Colombo sostiene che ci sono stati anche cambiamenti culturali e che la società italiana accetta il clima di illegalità. “Non c’è indignazione, ma solo indifferenza, e questo non è un buon segno”, e aggiunge, concludendo, che “ciò significa che c’è delusione, ma anche che la gente non lo vede come un problema che va cambiato”.

[Articolo originale "Corrupción a la italiana" di Rachel Donadio e Elisabetta Povoledo]

Francesco Pasquarelli Italia Francesco Pasquarelli
Amante della movida madrilena e di Calderón de la Barca, del Colosseo e di Trastevere, da sempre contendono le sue attenzioni la capitale spagnola e la Città Eterna.

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Solo i morti possono rimanere

L’Italia concede la cittadinanza ai morti di Lampedusa, mentre accusa i sopravvissuti di immigrazione clandestina, punita con 5000 euro di penale e con l’espulsione.

Venerdì pomeriggio il Primo Ministro Italiano Enrico Letta  ha annunciato solennemente che tutte le vittime dell naufragio di Lampedusa – il cui numero è salito a 143  questa domenica – riceveranno la cittadinanza Italiana . Proprio nello stesso momento – e non è un trucco da giornalisti –  il tribunale di Agrigento ha accusato di immigrazione clandestina i 114 adulti salvati dal naufragio: un reato che può essere punito con una multa fino a 5.000 euro e con l’espulsione dal Paese. I morti invece potranno rimanere. Di fronte all’impossibilitá di identificarli, è stata loro assegnata una bara, un numero e un pezzo di terra nei cimiteri della Sicilia dove riposare, adesso sí, con la cittadinanza europea per la quale hanno perso la vita.

Il Comune di Roma , con un gesto che sicuramente gli fa onore, ha organizzato una veglia notturna per i defunti, e ha annunciato che ospiterà i 155 superstiti del naufragio. Gli altri, più di mille persone arrivate il giorno prima, dovrànno restare stipatoi nelle immonde baracche del centro d’accoglienza di Lampedusa, molto opportunamente ubicato nell’estremo opposto dell’isola rispetto a dove i turisti si godono l’ultimo sole dell’estate. La differenza tra gli uni e gli altri è solo di numero. Alcuni fanno parte di una notizia di impatto globale, gli altri sono solo i protagonisti della propria tragedia. La sottile linea tra Roma e l’oblio.

Il Vicepresidente del Consiglio e Ministro dell’Interno Angelino Alfano, fino a pochi giorni fa delfino di Berlusconi ed ora suo presunto boia politico, ha chiesto anche – venerdì scorso – che venisse assegnato il Premio Nobel per la Pace a Lampedusa. Tuttavia gli abitanti dell’isola hanno un’idea più semplice dato che conoscono Alfano ed il suo desolato capo, gli stessi che -con i loro Governi- hanno approvato le leggi che criminalizzano l’aiuto ai naufraghi. L’hanno espressa per le strade dell’isola durante una manifestazione di dolore e di rabbia, preceduta da una croce fatta con resti di un naufragio : “I prossimi morti – perché ce ne saranno altri, e lo sapete tutti – ve li porteremo alle porte del Parlamento. Gli immigrati vogliamo accoglierli da vivi, non da morti”, dicevano in coro.

Mentre accadeva tutto questo, venerdì pomeriggio , erano giá trascorse 36 ore da quando un’imbarcazione con più di 500 profughi provenienti da Eritrea e Somalia, molti dei quali minori , aveva preso fuoco ed era affondata a solo mezzo miglio dall’isola di Lampedusa, famosa in tutta Europa – e forse nel mondo dopo la visita di Papa Francesco lo scorso a luglio –  per essere la meta di migliaia di immigrati. E nonostante questo  i politici italiani, dal presidente in giù, rilasciavano dichiarazioni come se fossero di fronte ad un’imprevista catastrofe naturale. Come un ciclone o un  tremendo  terremoto che improvvisamente avesse messo allo scoperto la carente costruzione degli edifici o le carenze del piano di emergenza. E invece no. Ogni giorno, da quando la primavera porta il bel tempo fino a quando l’autunno se lo porta via, l’isola di Lampedusa, incastonata nel Mediterraneo a 205 km dalla costa della Sicilia e a 113 km dall’Africa, rappresenta il porto di rifugio o la morte per centinaia di migliaia di immigrati. Le cifre – sempre approssimative – mostrano che negli ultimi due decenni più di 8.000 persone sono morte al largo di Lampedusa. Il sindaco Giusy Nicolini ha anche scritto una lettera disperata all’Unione Europea – “Quanto dev’essere grande il cimitero della mia isola?” – Ed il Papa Jorge Mario Bergoglio ha richiamato l’attenzione sull’isola per avvertire che ” la globalizzazione dell’indifferenza” si trasforma lí in carne e sofferenza.

Risulta quindi  del tutto incomprensibile che le autorità italiane –  la Guardia Costiera, la Guardia di Finanza , la Capitaneria del Porto di Lampedusa –  abbiano tardato più di due ore prima di scoprire che una nave con più di 500 persone a bordo stava bruciando e affondando a solo mezzo miglio dall’isola. E che abbiano reagito solo dopo essere stati avvisati da alcuni pescherecci – altri tre, secondo i naufraghi , erano passati senza prestare soccorso – e oltretutto e che nel frattempo avevano fatto passare del tempo prima di decidersi ad attivare i soccorsi.

La denuncia di Vito Fiorino, titolare di una delle due imbarcazioni che per prime sono avvicinate alla zona del disastro,  è impressionante: “Erano le 06.30 o le 06.40 quando ho dato l’ordine di chiamare la Guardia Costiera , ma non sono arrivati prima delle alle 07.40. Noi avevamo già issato a bordo 47 naufraghi, ma loro lo hanno fatto molto lentamente, avrebbero potuto fare piú in fretta. Quando siamo tornati al porto carichi di naufraghi, abbiamo visto la motovedetta della Guardia di Finanza che usciva come fosse una passeggiata. Se avessero voluto salvare le persone , sarebbero usciti con imbarcazioni piccole e veloci . Le persone morivano in acqua mentre loro facevano fotografie e video. Quando la mia barca era piena di immigrati e abbiamo chiesto agli gli agenti di farli salire sulla loro imbarcazione , ci hanno detto che non era possibile , che dovevano rispettare il protocollo. Volevano anche impedirmi di entrare in porto con i naufraghi. Se ora vogliono arrestarmi per aver salvato i naufraghi, che lo facciano pure, non vedo l’ora … “, ha detto ai giornalisti al porto di Lampedusa .

Il problema è che effettivamente potrebbero arrestarlo. La legge italiana prevede dal 2002 –  in seguito alle pressioni xenofobe della Lega Nord nei governi di Silvio Berlusconi – il reato di favoreggiamento dell’ immigrazione clandestina per coloro che fanno entrare nel paese immigrati senza permesso di soggiorno, ivi compresi coloro che assistono le imbarcazioni in cui viaggiano. Quindi è difficile conciliare la sorpresa e anche la costernazione politico-istituzionale per la tragedia con il mantenimento – durante l’anno in cui ha governato Mario Monti e i cinque mesi in cui ha governato Enrico Letta –  di una legge che “alimenta un circolo vizioso di xenofobia e razzismo che non fa onore all’Italia”, come ha finalmente ammesso ieri il ministro della Pubblica Amministrazione.

Un paese che costa caro raggiungere. Alcuni dei sopravvissuti hanno raccontato che, dopo aver attraversato il deserto ed essere sopravvissuti in Libia, hanno dovuto pagare 500 dollari per un viaggio in barca che comprendeva una bottiglia d’ acqua da cinque litri,  da condividere in tre. Hanno viaggiato per tre giorni, dal porto libico di Misurata . Il comandante della nave, un trafficante che era già stato arrestato anni fa e che si faceva chiamare “dottore” , li accatastava in rapporto alla cifra pagata. I più poveri nelle stive, dove ancora si trovano, dato che le operazioni di salvataggio sono state sospese per il maltempo. Secondo i racconti dei superstiti, il fuoco  ha avuto orgine dal fatto che alcune coperte sono state incendiate  secondo i racconti dei superstiti, all’incendiare alcune coperte per farsi vedere da terra. Ma ora l’Italia si chiede imbarazzata se non l’hanno visto, o non l’hanno voluto vedere.

Da Lampedusa parte una processione di bare sigillate, senza nome,  tra cui alcune bianche, numerate da uno a 111 : “Morto numero 54, donna, forse 20 anni. Morto numero 11, uomo, forse tre anni … “

(pubblicato il 5 ottobre 2013)

[Articolo originale "Solo los muertos pueden quedarse" di PABLO ORDAZ]

Traduzione a cura di:

Federica  D’andrea Gran Bretagna Federica D’andrea
Laureata in Lingue e Civiltà Orientali all’Orientale di Napoli (arabo e somalo). Da sempre interessata alla storia del Nord Africa e del Medio Oriente e con la passione per il giornalismo, da qui la sua fuga dall’Italia! Attualmente vive e lavora a Londra e traduce articoli dallo Spagnolo

 

 

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Cambiano le facce ma il culo è sempre lo stesso

Ci rivolgiamo a tutti quegli anziani che guardano la tv spazzatura
e che credono alle balle dei tg:  “Silvio vi ha presi per i fondelli ancora una volta, su Alitalia“.
Vi ricordate i proclami e le supercazzole sulla compagnia di bandiera che doveva avere ancora il cuore tricolore?
Finirà in mano ai francesi che ora non si accolleranno nemmeno più il debito, perché il caimano voleva fare bella figura in campagna elettorale con la “cordata degli imprenditori tricolore” e prese in giro i creduloni.
Ma non cantino vittoria quelli del PD, perché ricorda molto la vicenda dei “capitani coraggiosi“: prima Prodi e poi D’Alema erano capi del Governo quando iniziarono le “scalate a debito” che spolparono Telecom (Gnutti e Colaninno), facendo solo meno “clamore”. E pure Telecom sappiamo che fine ha fatto.
Il culo è l’unica cosa che rimane sempre tricolore: pochi furbetti ci guadagnano e il popolo passa e paga il conto.

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La verità è sempre una sola: una classe politica indegna di affaristi e lobbisti, con solo la casacca di colore diverso a distinguerli da lontano.
Perché da vicino l’odore è lo stesso: quello dei soldi sporchi.
#tuttiacasa

E con la vostra “fiducia” cosa farci ve lo ricorda Totò

L’elettore del PD-PDL è come il “can do Leccia”

“O l’è comme o can do Leccia: o piggia in to cû e o dixe che o beccia”


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Traduzione:
È come il cane del Leccia, che lo prende nel culo e dice che tromba (beccia)

Qualità a portata di zappa: gli orti solidali

Albert Einstein diceva: “Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare, finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa”. E pare che qualche “sprovveduto”, nel nostro paese ci sia.
Parte a Roma la prima esperienza agricola biologica sostenuta dalla comunità, gli Orti Solidali.

Si tratta di un idea semplice: con un abbonamento annuale viene coltivato in aziende agricole che utilizzano l’agricolutra sinergica il tuo orto familiare, dimensionato e personalizzato per le tue esigenze di ortaggi e frutta freschi.
Settimanalmente poi, ti viene consegnata a casa una cassetta con i prodotti del tuo orto.
Nonostante sia un’idea brillante ed economicamente interessante questo non è un business.
Gli Orti Solidali racchiudono in sé un grande concetto: l’idea di essere guardiani del cibo che introduciamo nel nostro corpo, avendo cura della qualità degli ortaggi e della frutta che mangiamo, con una grande attenzione al processo produttivo.
Qui la terra fa da sola.

Non ci sono utilizzi abnormi di energie, impiego di sostanze nocive per aumentare il livello della produzione che non diventa intensivo, la possibilità di mangiare alimenti sani e disponibili solo in un determinato periodo dell’anno, senza voler a tutti i costi forzare il ciclo naturale.
E chi ci lavora, grazie alla Onlus che sta alla regia di questo mirabile progetto, riceve uno stipendio equo per prendersi cura dei vostri prodotti guadagnando la possibilità di riscattarsi da una situazione difficile che lo aveva emarginato dalla società.
Orti urbani non è un’attività che nasce come economica e tesa ad ampliarsi, ma come iniziativa sociale che mira a duplicarsi.
Curarsi di ciò che mangiamo in maniera intelligente, mangiare meglio e fornire un’opportunità a persone in difficoltà.

Reset intervista Anna Satta, tra i “visionari” positivi di questa meravigliosa opportunità.
Albert Einstein docet.

di Matteo Ponzano

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Turi Vaccaro è Osama Bin Laden

Finalmente il famigerato criminale è stato individuato”
Corriere dei piccoli
“Un altro colpo messo a segno dalla Giustizia, da sempre implacabile con i delinquenti.”
La Gazzetta di Arcore
“La soffiata l’ho fatta io, per primo. Alzavo la mano e gridavo ma nessuno mi vedeva.”
Renato Brunotta
“Non era ancora stato catturato solo per negligenza dei carabinieri comunisti”
Daniela Santaembé
“No a conflitto politica-giustizia”
Il Colle

“Avete preso un abbaglio: quelli pericolosi sono tutti a Roma”
Reset Radio

stampa

Nella foto qui sotto, ecco il pericolosissimo terrorista in una delle sue più efferate azioni dinamitarde.

TURI-BIN-LADEN

Le due foto contenute in questa pagina non sono originali.
E’ satira.

Ci tocca pure scriverlo sennò qualcuno ci crede pure.

Femminicidio e barbarie contemporanea

La Jornada

Messico

Ogni anno in Italia vengono assassinate oltre un centinaio di donne, nella maggior parte dei casi, da parte di un uomo che ha o aveva una relazione affettiva o di amicizia con la vittima. Il femminicidio non è una semplice azione, un gesto, una parola che va censurata socialmente o verificata in tribunale: è innanzitutto una cultura, un modo di pensare e di interpretare la realtà, che può avere diversi livelli.

Tutto è connesso: i codici della pubblicità, la mentalità comune, gli atteggiamenti degli adulti, i sogni di alcuni ragazzi, e perfino i giochi dei bambini. Anche i libri, i messaggi e soprattutto la televisione. Nel corso del 2011 una ricerca dell’associazione Casa delle Donne ha registrato 120 casi di femminicidio e questa cifra non è completa, perché i dati raccolti si basano esclusivamente sui mezzi di informazione. Si tratta di omicidi di donne perpetrati da mariti, compagni (ex mariti o ex compagni), amanti, padri, fratelli, conoscenti, amici o da estranei o clienti, come nel caso di assassini di prostitute.

Nel 2013 l’Italia si sveglia ancora in crisi, immersa in una difficile stagnazione economica ormai chiamata recessione, risultato di anni di inerzie e di immaginarie “vacche grasse” oggi scomparse. Per ultimo, è ancora soggetta alle riforme strutturali che avrebbero dovuto curarla. Alla crisi economica si aggiunge una crisi sociale e di valori: soffia un vento di misoginia e un moralismo retrivo favoriti dai media, che sono complici di una cultura maschilista e patriarcale che non è stata sradicata né combattuta con efficacia.

Dopo un lustro di governi di destra e tecnocratici, e quasi vent’anni di dominio “culturale”, senza una vera egemonia, esercitato in televisioni e giornali dai seguaci del Cavaliere Silvio Berlusconi, l’ex capo del governo e il promotore nazionale del bunga bunga, l’Italia guarda a sé stessa e si scopre sempre più misogina. Scopre nel suo stesso corpo, un fenomeno malsano che dal Messico agli Stati Uniti, da Ciudad Juarez all’Europa, è tristemente conosciuto come femminicidio. Qualcosa che da qualche anno sembrava un orrore lontano, frutto del maschilismo latinoamericano o del sottosviluppo di alcune aree del globo, o meglio, come si diceva dieci anni fa a Chihuahua, risultato della violenza di qualche serial killer da da film americano o di qualche sicario della criminalità organizzata.

Confusione, disprezzo, e occultamento erano, e a volte lo sono ancora, moneta comune per trattare il tema, per nascondere le gravi responsabilità politiche, le connivenze, gli inganni dei media che per anni hanno sminuito il significato e le conseguenze di una grave piaga sociale, culturale, economica e umana. Un cancro che si nutre di delitti e aberrazioni fondati sulla discriminazione tra i sessi. Crimini causati dallo Stato e dai giudici, da comunità intere, passive e silenziose, da padroni, mariti, parenti, dalle cattive abitudini, da usanze e in definitiva da “uomini che odiano le donne” e che sempre più spesso le uccidono.

La globalizzazione dell’orrore

Il Messico è addolorato ma ha cominciato a svegliarsi. Ha creato ed esportato la parola che definisce questo odio, che rompe il silenzio e anche quando la violenza non si ferma né a Ciudad Juarez né in altre città, la battaglia delle donne è un baluardo globale. Finalmente la definizione giuridica e la presa di coscienza socioculturale sul femminicidio si stanno realizzando. La mentalità generale sta cambiando poco a poco, come lo fanno le culture, l’educazione e la sensibilità giuridica e popolare. Il cambiamento è lento ma certo, se si mantiene viva la memoria di tutti i successi e gli insuccessi, delle donne che lottano e di quelle che ci hanno lasciato lungo il cammino.

Pratiche religiose, tradizioni severe, condizioni socioeconomiche umilianti o semplice crudeltà di genere, sono alcuni dei fattori che determinano l’insicurezza per le donne di un paese. Considerando anche la violenza contro di loro, i livelli di povertà o la mancanza di un sistema sanitario, la Thomas Reuters Foundation e la sua organizzazione Trust Law Woman, nel ranking del 2011 pubblicato sulla pagina web pijamasurf.com, elencano i paesi più pericolosi per l’integrità delle donne: Somalia, India, Pakistan, Congo, Afghanistan.

Il Messico e l’Italia non sono fra “i peggiori”, ma c’è poco da rallegrarsi considerando che, su diversa scala e a differenti livelli, anche lì e in molti altri paesi si riproducono i vari tipi di violenza, dal momento che esistono situazioni, culture e pratiche discriminatorie simili.

Che cosa rimane di queste esecuzioni? È interessante osservare come se ne parla in Italia. Si privilegia il taglio sensazionalista, che enfatizza l’omicida anche sul piano iconografico per cui le vittime molte volte non appaiono neanche in fotografia, o comunque non ricevono – a livello di immagine – la stessa visibilità dell’assassino. Spesso lo spazio che viene dato loro è direttamente propozionale alla loro bellezza. È anche interessante sottolineare in che contesto o luoghi se ne parla, e che reazioni suscitano.

Ricordiamo il caso recente di Maria Anastasi, che era incinta di nove mesi ed era a conoscenza della relazione extraconiugale di suo marito: forse nel processo si capirà se il marito le spaccò  la testa o la bruciò, come affermano i magistrati che se ne occupano. In ogni caso in quei giorni nei blog si leggevano commenti agghiaccianti – scritti addirittura da donne – come questo: “Così ha imparato la lezione. Come ha fatto a vivere vicino all’amante del marito?” O ancora: “Come ha potuto Maria accettare una situazione di questo tipo?” (blog della rivista Donna Moderna). I riflettori si accendono sui presunti errori della martire, più che sulle responsabilità concrete dei criminali. In questo senso, i fatti accaduti sono connessi tra loro.

Nuovi mezzi, vecchi vizi

Continuano le ondate di misoginia velata o esplicita, e gli anatemi reazionari nei blog e perfino sulla stampa nazionale “seria”. Non c’è chi li segnali, li interpreti, li critichi, e questo avviene da entrambi i lati dell’oceano, giacché lo scontro è globale e locale allo stesso tempo, ed è anche tra mentalità e parole, culture, educazione e pensiero, perché è al di sopra delle leggi, delle istituzioni e delle diverse intenzioni politiche.

Oltre alla condanna quasi universale, è scarsa la solidarietà da parte di molti destinatari della notizia. Gli omicidi delle donne si sentono giustificati dall’affabile accondiscendenza di cui sono impregnati i loro gesti negli occhi di madri, sorelle, spettatrici. “È un bravo ragazzo”, chiosa spesso il commento materno per spiegare il gesto feroce del figlio. E fa da triste eco ad altri cori che esaltano la docilità femminile, la sottomissione, un presunto pudore impregnato di proibizioni e moralismo anche cattolici, un ruolo  definito da modelli patriarcali e punizioni esemplari (“se è stata violentata, è perché se l’è cercata”).

A fronte dei gruppi che si interessano alla disparità tra generi, c’è una massa informe di persone, anche donne, che negano l’evidenza, rinforzando solo luoghi comuni e stereotipi: “Però com’é che non si accorgono che hanno conquistato la parità? Prima le donne non potevano diventare dottori, ora sì. Non hanno ottenuto abbastanza parità?” Il tema sembra quasi un tabù: se una donna ne parla, teme di essere considerata  noiosa o di essere accusata di autocommiserazione. Nonostante ciò il dislivello esiste in tutti i settori: nelle professioni dirigenziali, politiche, artistiche, intellettuali.

Vediamo i dati generali sull’impiego. Come ha spiegato il giornalista Paolo Bernocco su La Stampa del 7 marzo 2012  “in Italia  la differenza nella percentuale di accesso al lavoro tra uomini e donne è del 23,6%, vale a dire il 73% degli uomini lavora contro il 49,4 % delle donne. E che dire della differenza retributiva tra chi occupa lo stesso posto? Il governo italiano ha diffuso dati che confermano che una dirigente donna guadagna il 26,4 % meno di un collega uomo. Si chiama “differenziale retribuutivo di genere” e in genere è del 23,3%:  per la stessa prestazione professionale una donna riceve tre quarti del salario di un uomo.

Questo accade nel settore pubblico. In quello privato è peggio. Fonti governative sottolineano che “nel 63,1% delle società quotate in borsa, escludendo banche e assicurazioni, non c’è una sola donna nel consiglio di amministrazione”. Su circa 2.217 consiglieri totali, solo 110 (circa il 5%) sono donne. E nelle banche? Nel 72,2% dei consigli di amministrazione delle 133 banche prese in considerazione non c’è presenza di donne.

Altro crimine: minimizzare il crimine

Negli ultimi decenni le statistiche ci mostrano un aumento dei femminicidi in Europa, soprattutto in Italia. In vari forum e riunioni, l’ONU ha ripetutamente criticato lo Stato italiano per lo scarso e inefficace impegno contro questo tipo di violenza.

Nell’estate del 2011 il Comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne, e la relatrice speciale sulla Violenza contro le Donne delle Nazioni Unite, hanno inviato raccomandazioni allo stato italiano esprimendo preoccupazione per l’alto tasso di violenza contro donne e bambine italiane e immigrate, di etnia rom e sinti; l’allarmante numero di donne uccise dal compagno o dall’ex compagno; la persistenza di tendenze socioculturali che minimizzano e giustificano la violenza domestica; l’assenza di raccolta di dati sul fenomeno; la mancanza di un’azione sistematica di organi competenti della società civile; le posizioni sessiste e dannose che i media e le pubblicicità hanno nei confronti di uomini e donne

Mentre si perde tempo nel prendere provvedimenti su  temi che in altri paesi sono già normali, come per esempio l’uso del termine femminicidio o la sua introduzione nel codice penale, cosa che sarebbe dovuta avvenire da tempo, attualmente l’Italia non rispetta nemmeno i minimi standard e impegni internazionali.

Il mondo della cultura sembra a sua volta disorientato. Le iniziative di sensibilizzazione si moltiplicano, tuttavia non sono sufficienti, e domina il disinteresse. Una superficialità cronica porta i media e folle di pseudogiornalisti a parlare di “delitti passionali” o di “attacchi di gelosia”, nascondendo le cause più profonde dei femminicidi e della sottostante cultura che li giustifica. L’anno scorso questa inettitudine professionale indusse il settimanale Cronaca Vera a sostenere che le donne vengono uccise per colpa del caldo: “Sbagliano e diventano provocanti se si tolgono i vestiti”. Una stupidaggine che abbiamo ascoltato già troppe volte, anche in Messico.

Ad agosto del 2012 Camillo Langone, giornalista e blogger del quotidiano di destra Il Foglio, fu protagonista di una polemica dopo aver così commentato un episodio di femminicidio:
“Per Daniele Ughetto Piampaschet (il presunto assassino, arrestato e in attesa del processo) che avrebbe ucciso per amore una donna nigeriana, di mestiere puttana. Spero non sia stato lui, e se invece è stato lui, spero gli venga comminata una pena mite perché chiaramente aveva perso la testa. Una preghiera per Daniele e per tutti noi maschi che al buio non capiamo più niente. Bisogna sempre seguire la regola seguente: mai passare la notte con qualcuno con cui ti vergogneresti di passare il giorno. Le negre sono bellissime, e dopo il tramonto anche i trans sono favolosi e così moltre altre battone, baldracche e lapdancer. Ma hai davvero voglia di svegliarti con loro al mattino? E le porteresti a pranzo nel tuo ristorante abituale? O da tua mamma? La vergogna e il controllo sociale non hanno niente di bello però qualcosa di utile si.”

Questa è la cultura del femminicidio in Italia. Bisogna prenderla sul serio perché non passi inosservata e perché induca tutti e tutte a una riflessione. Bisogna domandarsi che cosa possiamo fare per cambiare il modo comune di pensare. Cominciare dall’alto: dall’educazione, dall’abbattimento degli stereotipi, dalla diffusione di notizie e di esperienze. Però forse potremmo pensare quali sono i comportamenti da evitare e quanto fragile è il limite tra volgarità e aggressione. Riflettiamo a come il disprezzo generalizzato verso la donna, il suo lavoro, il suo ruolo e il suo aspetto fisico incitano, anche ad un livello inconscio, a considerare meno grave qualsiasi abuso contro la sua persona.

[Articolo originale "Feminicidio y barbarie contemporánea" di Fabrizio Lorusso, Marilú Oliva]

Traduzione a cura di:

Federica  D’andrea Gran Bretagna Federica D’andrea
Laureata in Lingue e Civiltà Orientali all’Orientale di Napoli (arabo e somalo). Da sempre interessata alla storia del Nord Africa e del Medio Oriente e con la passione per il giornalismo, da qui la sua fuga dall’Italia! Attualmente vive e lavora a Londra e traduce articoli dallo Spagnolo

 

 

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